TTIP, mai sentito nominare?

Il suono emanato dalla sigla TTIP fa pensare alle prime parole di un neonato oppure al canto degli uccellini al sorgere del sole. Simpatico se fosse così, ma qui si tratta di una vicenda seria che decide del futuro di tutto il continente europeo e dei suoi cittadini. L’acronimo TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) sta per trattato transatlantico per il libero commercio e gli investimenti tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea: un partenariato che si sta negoziando con l’obiettivo di raggiungere un accordo complessivo per la liberalizzazione del commercio e dei servizi tra le due sponde dell’Atlantico. 

Se “buongiorno” si vede dal mattino, questi negoziati partono con il piede sbagliato. Un nuovo trattato commerciale che nasce con i negoziati, che si conducono a porte chiuse e in assoluto silenzio, quando l’argomento interessa direttamente la popolazione europea lascia perplessi. L'idea è quella di spianare, dal punto di vista normativo, la strada al libero commercio tra i due continenti, mettendo al primo posto, nella lista delle priorità, proprio il commercio. Qui sta il vero cuore del problema: se il fine non sono i cittadini (il loro benessere, i loro diritti, la loro sovranità) ma i fatturati, si sovverte il senso del ruolo dei governi.

La linea ufficiale dice che questo accordo con gli USA e anche quello che stanno trattando con il Canada (CETA) creerà occupazione e favorirà la crescita economica, ma queste promesse sono basate su studi limitati e discussi, mentre altre ricerche mostrano che questi trattati cancelleranno centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa. I beneficiari saranno le grandi multinazionali (che infatti li stanno scrivendo e stanno facendo lobbing perché vengano approvati). CETA e TTIP aumenteranno il potere delle multinazionali a spese della democrazia e del pubblico. C'è una petizione online che chiede ai governi europei di fermarsi e rivedere questi accordi: firmala qui!.

Le perplessità della nostra associazione stanno anche nel cosiddetto “arbitrato”, detto in inglese Investor-State-Dispute Settlement (ISDS), che dà agli investitori con sede in uno dei Paesi firmatari dell’accordo la possibilità di fare causa allo stato firmatario se avvertono che le sue politiche abbiano comportato una riduzione dei loro profitti. Gli investitori, attrezzati con loro pool di avvocati agguerriti, stanno usando sempre più queste clausole nascoste per fare causa ai governi per miliardi di dollari. Il record di cause è stato raggiunto nel 2012 con cinquantotto nuovi reclami presentati in un solo anno. E' chiaro che qualunque politica di protezione ambientale o della salute pubblica o dei diritti dei lavoratori o di quelli dei consumatori, può essere interpretata dalle aziende come “dannosa” per i loro profitti.

Le politiche commerciali e quelle in materia di sviluppo dell'Unione sono interconnesse e l'articolo 208 del trattato di Lisbona stabilisce il principio della coerenza delle politiche per lo sviluppo, sancendo che occorre tenere conto degli obiettivi della cooperazione allo sviluppo nell'attuazione delle politiche che possono avere incidenze sui paesi in via di sviluppo. Il trattato come negoziato oggi espone a grave rischio gli sforzi e progressi raggiunti, negli anni, sui temi della tutela dei contadini del sud del mondo con, ad esempio, il commercio equo solidale.

Come si armonizza? Necessariamente livellando verso il basso e questo in ambito agroalimentare è un danno per l'Europa.

In ambito agroalimentare, il TTIP pregiudica l'approccio integrato dell'UE in materia di sicurezza alimentare:

- si prefigura la vanificazione del lavoro che tanti cittadini, associazioni e governi hanno fatto in questi anni a favore della cultura alimentare, della qualità, della salute: se il problema è “non ostacolare il libero commercio” sarà possibile leggere in questa chiave le normative sull'etichettatura, sulla presenza di ogm, quella sull'origine, quella sull'uso di determinate metodologie zootecniche (ormoni, antibiotici...);

- l’armonizzazione tra le parti richiede compromessi. In Europa se i dati scientifici non consentono una valutazione completa del rischio di un prodotto, l’UE stabilisce regole preventive per evitare rischi per la salute umana, animale o vegetale. Negli Stati Uniti, invece, fino a prova scientifica contraria si può produrre, vendere e mangiare tutto;

- in Europa la valutazione dei rischi è effettuata da autorità ufficiali, negli Stati Uniti le autorità si affidano alle analisi private delle aziende;

- e norme UE prevedono misure lungo tutta la filiera per garantire la sicurezza del prodotto finale, negli Stati Uniti invece si prediligono trattamenti chimici del prodotto finale per eliminare virus e batteri;

- le piccole aziende che servono il mercato locale. In Italia solo due imprese su cento hanno più di dieci dipendenti, solo cinque imprese su cento esportano e più di un quinto delle loro esportazioni sono destinate a paesi europei. A guadagnarci dal trattato saranno quindi poche grandi aziende, mentre quelle piccole dovranno gareggiare con prodotti importati meno cari.

La Commissione dovrebbe escludere:

- da tutti i capitoli orizzontali e da tutti gli allegati settoriali del TTIP qualsiasi modalità che potrebbe coinvolgere la regolamentazione dei prodotti chimici e dei pesticidi;

- il principio di precauzione, la tutela della salute dei cittadini, degli animali e dell’ambiente;

- l’ISDS nel TTIP, dal momento che potrebbe innanzitutto mettere a repentaglio il diritti sovrano dell'UE, dei suoi Stati membri e delle autorità regionali e locali, di adottare regolamenti in materia di salute pubblica, di sicurezza alimentare e di tutela dell’ambiente.

Testo a cura di Anselme Bakudila Mbuta.

 

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Firma la petizione online per chiedere ai governi di fermare questi accordi: qui!

 

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